≡ Monet
Entrare nella sala della National Gallery che ospita le "Ninfee" è un'esperienza che trascende la semplice osservazione di un quadro. Quest'opera, una tela monumentale lunga oltre quattro metri e acquisita dal museo nel 1963, non è solo un dipinto, ma un vero e proprio frammento di natura che avvolge chi lo guarda, portando un angolo del giardino di Giverny nel cuore di Londra.
Ciò che colpisce immediatamente è la perdita di ogni coordinata spaziale. Monet decide deliberatamente di eliminare l'orizzonte e le sponde del laghetto, costringendo lo sguardo a tuffarsi direttamente sulla superficie dell'acqua. Non capiamo dove finisca lo stagno e dove inizi il cielo riflesso: tutto si fonde in un unico flusso cromatico. Le ninfee stesse, che nelle opere giovanili erano definite con precisione, qui diventano macchie di colore vibrante (tocchi di rosa, bianco e giallo) che galleggiano su un tappeto di verdi profondi, blu e viola.
In questo periodo della sua vita, Monet stava lottando con la cataratta, e la sua pittura si era fatta più libera, quasi istintiva. Le pennellate sono larghe, pastose e cariche di energia, creando una trama che, vista da vicino, sembra quasi astratta. È un'opera che vive di luce e riflessi: l'acqua diventa uno specchio che cattura l'atmosfera mutevole della giornata. Osservandola con calma, si ha la sensazione che il dipinto respiri, offrendo una meditazione silenziosa sulla bellezza effimera e sulla continuità della natura, segnando il passaggio definitivo dall'Impressionismo verso la modernità del XX secolo.
